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Economia e societ.

24 . Il crescente divario tra paesi poveri e paesi ricchi.

Da: R. Dahrendorf, Non serve dire: "fate come noi", tratto da Dossier
Europa e pubblicato in "Avvenimenti" del 13 luglio 1994 .

Nel corso degli ultimi decenni il divario tra paesi ricchi e paesi
poveri  andato aumentando, tanto che appare falsa ed ipocrita la
definizione dei secondi come "paesi in via di sviluppo". Questo, in
sintesi,  il senso di quanto afferma il sociologo di origine tedesca
Ralf Dahrendorf, riportando dati drammaticamente significativi a
sostegno della sua tesi.

La povert non  solo il frutto naturale della miseria e tanto meno lo
 della indolenza e della mancanza di responsabilit di cui si
favoleggia a proposito dei milioni di persone dei Paesi del gruppo dei
77 [associazione che riunisce tutti i paesi sottosviluppati fondata
nel 1964 da 77 di

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essi]. Essa  frutto anche degli sforzi che i pi baciati dalla
fortuna fanno per trasformare i loro successi in privilegi ossia per
sbarrare agli altri la strada. L'effetto pi duraturo
dell'imperialismo colonialistico non sta tanto nello sfruttamento dei
colonizzati: questo viene ampiamente sovrastimato. L'effetto pi
duraturo dell'imperialismo colonialistico sta invece proprio nel fatto
che le potenze coloniali hanno, coscientemente o inconsapevolmente,
tenuto basso il livello dei Paesi colonizzati, facendo s che le
differenze esistenti diventassero sempre pi grandi.
Bisogna liberare il campo dai miti. Uno dei miti che dobbiamo
liquidare  l'idea che i Paesi poveri si sviluppino fino a raggiungere
a un certo punto il livello dei ricchi, sinch le ingiustizie del
mondo a poco a poco spariscano. Gi da molto tempo gli economisti non
credono pi a questa favola, la quale, tuttavia,  ancora alla base
dell'opinione pubblica e dei comportamenti politici in maniera pi o
meno marcata. Nella sua importante relazione al Club di Roma su questo
argomento, Jan Tinbergen [studioso di questioni economiche
internazionali] ha mostrato come il rapporto fra il reddito pro capite
nel mondo sviluppato e quello del mondo sottosviluppato fosse stato
nel 1970 di quasi 13:1. Egli quindi argomentava che - anche partendo
da ipotesi abbastanza ottimistiche sulla crescita economica e sulle
relazioni Nord-Sud - , diciamo cos, statisticamente impossibile fino
al 2020 che si riesca ad ottenere un miglioramento pi che irrisorio
di questo rapporto, poniamo di 13:1,2.
Altri hanno formulato la stessa opinione in modo diverso; ma tutti
concordano nel ritenere che la differenza fra i Paesi dell'Ocse
[Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, formata
da quasi tutti paesi industrializzati appartenenti al mercato libero]
e il gruppo dei 77 non si modificher di molto (a meno di una qualche
catastrofe che faccia ripiombare il mondo sviluppato nell'et della
pietra) e che anche in cifre e valori assoluti per la grande
maggioranza degli uomini del Terzo Mondo non esiste in alcun modo la
possibilit di raggiungere in un futuro prevedibile il livello medio
della Germania, dell'Australia o del Giappone.
A questo proposito non abbiamo ancora parlato di aiuto per lo
sviluppo. Va detto, intanto, che si pu chiamare il mito del
"filtraggio", o del trickle down [in inglese, "scorrere verso il
basso"]. Consiste nell'idea secondo cui gli aiuti per lo sviluppo,
quand'anche andassero a vantaggio solo di una ristretta fascia di
privilegiati nei Paesi del Terzo Mondo, in un modo o nell'altro,
filtrano verso il basso, nel senso che il nuovo livello di vita
raggiunto dai pochi si propone come spinta per molti all'imitazione, o
semplicemente nel senso che esso sveglia nei nuovi ricchi l'interesse
a creare per i loro figli condizioni che permettano la conservazione
dei loro privilegi, o in un qualsiasi altro senso possibile.
Raul Prebish non  l'unico fra i pi autorevoli politici dello
sviluppo ad avere formulato una rappresentazione del genere. Nei Paesi
sviluppati d'Europa e del Nord America non si pu proprio dire che la
prosperit sia filtrata verso il basso; i motivi che hanno portato al
miglioramento della situazione di vita hanno impregnato direttamente
la societ. D'altro canto, ci sono esempi storici a sufficienza di
societ in cui ristrette cerchie di persone hanno raccolto ricchezze
gigantesche, mentre intorno ai loro palazzi frotte di mendicanti e
miserabili se ne morivano.
C' poi un altro mito, ugualmente falso, quello secondo cui potrebbe
esserci uno sviluppo continuo, stabile. Anche ammettendo che i Paesi
in via di sviluppo raggiungeranno i Paesi ricchi, e anche se ciascuno
segue un proprio ritmo di sviluppo diverso da quello degli altri, si
tratterebbe comunque di un processo stabile ( quello che sperano i
pi umani sostenitori dell'aiuto per lo sviluppo), che non provoca pi
necessariamente lacerazioni nelle societ. E' difficile, tuttavia,
trovare esempi per questo, se pure se ne trova qualcuno. Samuel
Huntington [studiosi di politica internazionale], dopo aver analizzato
la situazione di 53 Paesi di tutto il mondo, conclude: "Non  la
mancanza di modernit a procurare disordine, ma il tentativo di
introdurla [...]. Non solo la modernizzazione sul piano sociale ed
economico provoca instabilit politica, ma la misura stessa
dell'instabilit dipende dal ritmo della modernizzazione".
L'instabilit politica  solo l'espressione visibile di pi profonde
tensioni e rifiuti fra

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vecchio e nuovo. Una conclusione, comunque, si impone senza
possibilit di equivoci, ed  che fino ad oggi nessun Paese del Terzo
Mondo ha trovato un proprio sentiero di sviluppo che sia al contempo
efficace e stabile.
Questa demitizzazione della politica dello sviluppo sembra lasciare
sul campo solo un mucchio di macerie. In effetti essa spinge a cadere
proprio nella tentazione di quel liberalismo formale e passivo che
abbiamo rifiutato. Si pensi a Peter Bauer [studioso dei problemi dei
paesi sottosviluppati], il quale senza mezzi termini qualifica la
politica dello sviluppo come "mortale nostalgia liberale". "Se il
giardino dell'Eden si  cos degradato,  perch quelli che lo
abitavano lo hanno trascurato", afferma a proposito dei poveri del
mondo, e parla dell'aiuto dei ricchi principalmente come espressione
di un "senso di colpa occidentale". Eppure, anche Bauer aggiunge: "Il
senso di colpa non ha nulla a che fare con il senso di responsabilit
o di simpatia".
Rimane un ultimo elemento che ancora una volta ha a che fare con un
mito da spazzar via: il mito dell'universalit della modernizzazione.
Per quanto possa sembrare strano, anche gli avversari impegnati di
Hegel [Georg Wilhelm Friedrich Hegel, filosofo tedesco vissuto tra il
1770 e il 1831] hanno adottato, tacitamente e espressamente, la
concezione hegeliana secondo cui esisterebbe un qualcosa come uno
spirito del mondo che marcia attraverso il tempo e si impone a volenti
o nolenti. Ancora oggi non sono pochi quelli che, consapevolmente o
inconsapevolmente, accettano l'idea che un giorno o l'altro un'uguale
modernizzazione dominer il mondo intero.
Forse bisognerebbe preoccuparsi di fare una conoscenza pi
approfondita con i toni di fondo delle analisi che ci vengono offerte
da alcuni degli spiriti pi illustri dei Paesi in via di sviluppo,
come il politologo indiano Rajni Kothari (Passi nel futuro) o
l'economista indonesiano Soedjatmoko (Sviluppo e libert). L dove
quest'ultimo parla delle "civilt alternative" (e significativamente
aggiunge che "appena un decennio fa sarebbe stato impensabile che si
potessero realizzare"), fornisce gi un assaggio, per cos dire, di
eventi come la reazione islamica alla imminente ondata della
modernizzazione, e insieme rispecchia sviluppi come quello cinese
prima, durante e dopo la rivoluzione culturale.
Non sono esempi molto consolanti. Ci dicono tuttavia come non sia per
nulla giustificato dare per scontate una industrializzazione e una
modernizzazione di dimensioni mondiali; ancora meno scontata 
l'ipotesi che tutti debbano seguire il modello europeo-nordamericano.
Possiamo tradurre tutto questo in termini pi positivi. E' importante
che ogni tentativo di penetrare nei processi di sviluppo di altri
Paesi rispetti la loro peculiarit culturale, e anzi la favorisca.
